Il Sahara è il più grande deserto caldo e arido della Terra, il “deserto dei deserti”, il “padre di tutti i deserti”. E’ una gabbia rovente di sabbia e rocce, dove le forme di vita biologica sono assai rade e si concentrano nelle oasi, grandi macchie di verde intenso che rompono la monotonia di un paesaggio color giallo-ocra o ferrigno. Non è sempre stato così. C’è stato un tempo (e questo è avvenuto più volte nella Preistoria, anche nella Presitoria Recente) che il Sahara era un’immensa savana, frequentemente irrigata dalla pioggia, ricca di sorgenti, di fiumi e di laghi, e abitata da innumerevoli uomini e donne, e specie di animali. Ogni volta la nascita e la morte del Sahara Verde sono dipesi egualmente dai movimenti del “pendolo climatico”.
Il cambiamento del paesaggio in senso iperarido ha determinato l’indurimento delle condizioni di vita: questo ha fatto sì che le popolazioni umane abbandonassero l’altopiano sahariano e cercassero ai bordi di questo un’ambiente più favorevole. A popolare il Sahara sono così rimasti solo i gatti e le volpi delle sabbie, gli istrici e le iene, le lucertole e gli orici, i serpenti e gli scorpioni.
Gli archeologi hanno dimostrato che fra 12.000 e 5.300 anni fa c’erano nel Sahara villaggi di capanne o di case costruite abitati da gruppi sociali di piccole dimensioni, che vivevano di caccia, pesca, raccolta di vegetali e molluschi, e anche di agricoltura e di allevamento. Quegli uomini e donne esprimevano talvolta la loro creatività incidendo sulle rocce e poi colorando motivi geometrici, figure singole o intere scene. Tra i complessi di graffiti e pitture che assumono rilievo a tale proposito, vanno ricordati quelli del Tassiili-n-Ajjjer (Algeria) e del Tadrart Akakus (Libia), che sono vere e proprie gallerie di arte rupestre.
Incisioni su roccia sono state rinvenute anche nel Sud del Deserto Occidentale egiziano, in una zona costellata di depressioni, che denotano la presenza di antichi laghi disseccati (“playa”). Unitamente ad altri materiali d’interesse archeologico, testimoniano l’esistenza di popolazioni di cultura epipaleolitica o neolitica, una delle quali è conosciuta come il Popolo di Nabta Playa. Il Popolo di Nabta Playa viveva in osmosi con il suo bestiame (caprini e ovini, ma specialmente una razza bovina dalle grandi corna lunate), praticava il culto del toro, costruiva architetture megalitiche, s’intendeva di astronomia, forse costituiva l’elemento umano di uno degli Stati più antichi.
Intorno a 5.300 anni fa, lo spostamento verso Nord-Ovest del monsone dell’Africa centrale introdusse una nuova fase di inaridimento e di desertificazione del Sahara. Pure il Popolo di Nabta Playa fu costretto ad emigrare. Esso si stabilì nell’Alto Egitto, a Nord della Prima Cataratta; lì si mescolò con gli indigeni e, attraverso il tempo, contribuì assieme a loro a formare il Popolo Egizio e la Civiltà Egizia.
“Alle origini della Civiltà Egizia” evidenzia come sia stato probabilmente il Popolo di Nabta Playa ad introdurre nella Valle del Nilo l’uso delle costruzioni in pietra orientate con i pianeti e le stelle, e l’allevamento del bestiame bovino, con possibili implicazioni nella sfera della spiritualità e del rituale. Tali innovazioni possono avere stimolato lo sviluppo dell’economia, della tecnologia e della complessità sociale, e possono avere impresso all’evoluzione della Civiltà Egizia quel cambio di marcia che emerge al passaggio dalla II alla III dinastia ed è specialmente documentato dal complesso della piramide di Djoser a Saqqara