Situato al crocevia fra la Libia, l'Egitto e il Sudan, il Gilf Kebir è un frastagliato altopiano, formato da lastre di arenaria e ricoperto di accumuli prodotti dall'escursione termica.
Vi si alternano cime arrotondate, falesie, gole, labirinti, scogli, promontori e torrioni, tutti lucidati e anneriti dal caldo rovente, ed erosi dal vento e dalla pioggia.
Numerosi canyon, relitti di antichi corsi d'acqua, scendono dalla sommità, s'intersecano lungo il tragitto, sfociano fra le sabbie.
Fra le molte caverne scavate nella roccia dall'erosione idrica, alcune conservano pitture e graffiti.
Quei segni evocano un paesaggio scomparso, diverso da quello odierno, perchè piuttosto verdeggiante anzichè brullo, ricco di acque superficiali anzichè assetato, popolato di uomini e animali, anzichè vuoto e abbandonato.
Le immagini raffigurano animali della steppa o della savana, compresi lo struzzo e la giraffa; riserve d'acqua, animali che vanno all'abbeverata, gente che nuota o si tuffa, esseri strani, tanto bizzarri quanto misteriosi; scene di caccia o di vita quotidiana, donne che sembrano partorienti, mani e piedi riprodotti "in negativo".
Lo stile di raffigurazione degli esseri umani è tipico del Gilf Kebir: le figure hanno la testa piccola e rotonda, e il corpo schematico, talvolta filiforme.
E' difficile dire a quando risalgono quelle creazioni e che cosa gli artefici avessero in mente quando ritraevano i loro soggetti. E' infatti da escludere la finalità artistica.
Nella Preistoria, le immagini venivano create in considerazione della valenza magica della rappresentazione della realtà: pertanto, per propiziare la caccia o la fertilità, preservare dalle malattie o dagli infortuni, allontanare o annullare un'influenza maligna, ecc., o per altri scopi, comunque legati alla ritenuta valenza magica della rappresentazione della realtà.
In alcuni episodi di arte rupestre del Gilf Kebir sembra di cogliere una finalità aggiuntiva: quella di utilizzare una complessa simbologia per trasmettere un messaggio che rimanda a un sistema di credenze e valori già formato.
Alcune pitture, conservate nella Grotta dei Nuotatori e nella Grotta Foggini, entrambe situate nella regione di Wadi Sura (versante occidentale dell'altopiano), riproporrebbero l'idea del passaggio del defunto attraverso un ambiente liquido e abitato da mostri, durante il suo viaggio verso l'Aldilà, testimoniando così indirettamente l'esistenza di una fede nella prosecuzione della vita oltre la morte fisica.
Quanto al problema della datazione di quelle immagini, esso rimane aperto. Alcuni indizi spingono però a risolverlo con riferimento al lungo periodo compreso fra gli gli ultimi millenni del Pleistocene e i primi dell'Olocene. Durante tutto quel tempo, gli abitanti del Gilf Kebir avrebbero usato le grotte di Wadi Sura per il compimento di pratiche sociali e magico-religiose.
Intorno al 3200 a.C., a causa della cessazione delle piogge, le piante appassirono, le acque superficiali evaporarono, gli uomini e gli animali emigrarono verso terre più ospitali. Il territorio rimase "uno spazio vuoto e nudo, dal suolo fulvo".
I gruppi di migranti che si erano diretti verso il Nilo si stabilirono sulle rive del fiume e si mescolarono fisicamente alle popolazioni indigene dell'Alto Egitto, alle quali portarono in dote il loro patrimonio di idee, conoscenze tecniche ed esperienze.
La tradizione sahariana si fuse così con quella nilotica e da questo connubio, grazie anche all'innesto di elementi esotici di altra provenienza (nubiani, palestinesi, mesopotamici), nacque la Civiltà Egizia.